Mercoledì 9 agosto, giorno 24 del Mongol Rally. Siamo a Yerevan, la capitale dell’Armenia. I primi raggi di sole si riflettono sulle finestre dei piani alti dei palazzi residenziali di epoca sovietica – grigi di smog e di degrado. Edilizia in bianco e nero, colorata solo dall’alba e dal tramonto. Qui sotto, nel parcheggio dove abbiamo lasciato la nostra Fiat Panda, è ancora notte. Nella penombra, giochiamo a Tetris con i nostri bagagli, cercando di incastrarli nel miglior modo possibile, nel minor tempo possibile.

Oggi, dobbiamo arrivare in Iran. Tra noi ed il nostro obiettivo si trovano 350 chilometri di montagne, qualche migliaio di tornanti e, soprattutto, i bizantinismi burocratici della dogana. Per entrare con la propria macchina in Iran, non è infatti sufficiente presentarsi al confine armati di sorrisi, soldi e buonsenso (cose bastanti per la maggior parte degli altri paesi del mondo). Bisogna anche dotarsi di un documento di importazione, noto come carnet de passage. In Italia, questo documento viene rilasciato dall’ACI dietro lauto pagamento (circa € 450) e va accompagnato ad una polizza fideiussoria dal valore minimo di €2300.

Noi, da anarchici squattrinati della prima ora, abbiamo deciso di fare in un altro modo. Al confine, ci presenteremo senz’altro pieni di sorrisi e buonsenso, e pure con qualche centinaio di dollari, ma senza carnet. Non abbiamo del tutto perso il cervello: abbiamo letto online che, in passato, altri partecipanti al Mongol Rally sono riusciti a farsi fare i documenti di importazione al confine, per cifre che variano tra i 400 e i 500 dollari. Ci vogliamo provare anche noi, magari spendendo anche meno.

C’è un’altra cosa che dobbiamo fare prima di entrare in Iran: dobbiamo berci due bottiglie di vino. Importare alchool in Iran è illegale e noi, da Oxford, ci stiamo portando dietro una bottiglia di Falanghina del Sannio (grazie Cantina di Solopaca), a cui si è aggiunta, a Tbilisi, una bottiglia di rosso.

Giunti all’ora di pranzo, soddisfatti per aver coperto quasi metà strada, portiamo la Panda su per uno sterrato, ci fermiamo in riva a un torrente e diamo fondo alla Falanghina. A fine bottiglia, ci sentiamo ottimisti: passare il confine non sarà così difficile, tra un paio d’ore saremo lì e andrà tutto alla grande – ci ripetiamo a vicenda. Tiriamo persino fuori il drone e ci mettiamo a riprendere dall’alto il nostro picnic improvvisato. Il tempo, dilatato dal vino, passa più lentamente per noi, ma non per i nostri orologi.

E così, la tratta pomeridiana – cominciata tardi – procede lentissima, complici anche le centinaia di buche grandi quanto crateri di meteoriti che troviamo sulla strada e che siamo costretti ad evitare con manovre da veri rallisti. Sono ormai passate le otto di sera quando, con il sole ormai tramontato, arriviamo alle rive dell’Aras, il fiume che fa da confine naturale tra l’Armenia e l’Iran.

Fermiamo la macchina davanti alla cancellata della dogana, dalla parte armena. Accanto a noi, due coppie di iraniani si apprestano a tornare a casa: gli hijab svolazzano come drappi nel vento caldo, mentre le donne cercano senza successo di rassesterseli sui capelli.

L’uscita dall’Armenia è una formalità: nel giro di venti minuti, abbiamo fatto tutto. Stiamo per passare il ponte sull’Aras, quando ci ricordiamo di avere ancora una bottiglia di vino con noi. Finiamo per regalarla ad una guardia armena, che non sembra affatto disturbata dal fatto che si tratti di vino georgiano e non locale.

Le guardie iraniane, dall’altro lato, ci accolgono sorridenti. Sono quasi le nove ed in fila non c’è più nessuno: anche qui, il timbro sul passaporto è una formalità che richiede pochi minuti. Come persone, siamo ufficilamente entrati in Iran: adesso dobbiamo portarci anche la nostra macchina.

Nel buio più assoluto, ci dirigiamo verso l’unico ufficio dove sembra esserci ancora qualcuno. Un gruppo di guardie ed un paio di impiegati stanno fumando sul selciato di fronte all’ingresso: dalla porta aperta, un getto di aria gelida taglia come una lama di ghiaccio la bollente cappa serale.

Nessuno sembra parlare inglese, ma riconosciamo chiaramente la parola ‘carnet, carnet’ ripetuta ossessivamente da uno degli impiegati. ‘Non ce l’abbiamo’, cerchiamo di spiegare e, alla fine, ci intendiamo. La risposta non è per nulla incoraggiante: ‘per oggi non potete fare nulla, dovete aspettare che apra l’ufficio commerciale domani per fare i documenti di importazione’. ‘E dove andiamo nel frattempo?’- chiediamo sempre più preoccupati. ‘Boh, da qualche parte qui intorno’ – ci rispondono. Ovviamente, non possiamo tornare in Armenia. Nè, tantomeno, possiamo entrare in Iran lasciando la macchina qui, nella terra di nessuno: non c’è che dormire nel parcheggio della dogana.

Mentre la chiamata all’’Isha’, la preghiera serale, suona dai megafoni di una moschea vicina, noi ci barcameniamo con materassini, zanzariere, fornelli da campo e scolapasta. In poco più di mezz’ora, abbiamo un posto quasi confortevole dove dormire ed un pasto appetitoso che ci attende. Tre guardie vengono a controllare cosa facciamo e, quando riveliamo la nostra nazionalità, uno di loro esclama: ‘Italia?! Valentina Nappi!’. Mi fermo qualche secondo a pensare: normalmente, poliziotti e soldati, taxisti e commercianti in giro per il mondo, dell’Italia tendono a conoscere solo i nomi di qualche città e di qualche calciatore. Questi, invece, sono diversi: ad esser rimasto impresso nella loro memoria, è il nome di una pornostar. Scoppiamo tutti a ridere: il ghiaccio è rotto, ed i tre se ne ritornano nel loro ufficio, pieno di aria condizionata e bicchieri di thè.

Ci avventiamo sulla nostra pasta al tonno e pomodoro. In questo stesso istante, dall’altra parte del confine, uno sbirro armeno si starà ubriacando bevendo la nostra bottiglia di Iago Saperavi 2015: ‘Avremmo dovuto portarla con noi’ – dice Marco scuotendo la testa – ‘con questo sugo sarebbe andata giù meravigliosamente’.

La notte scivola via veloce, complice la nostra stanchezza ed il mezzo chilo di carboidrati ingurgitati in pochi minuti. Il mattino successivo, comincia l’avventura per ottenere i documenti di importazione della macchina. Per ore, attendiamo di trovare qualcuno che sia in grado di aiutarci. Infine, un impiegato ci passa il suo telefono. Dall’altra parte, una voce gentile mi risponde in inglese. E’ Akbar, che da quel momento in poi ci farà da interprete via etere, mettendo in moto gli ingranaggi della macchina burocratica iraniana. Costo: 300 dollari. Accettiamo entusiasti visto che temevamo di doverne spendere quasi il doppio.

Quasi quindici ore dopo aver varcato il confine, ci apprestiamo infine ad uscirne. Mi avvio, documenti di importazione e passaporto alla mano, verso l’ultimo controllo. Lì trovo, con mia sopresa, i tre sbirri della notte prima, i quali mi accolgono con risate rumorose, che tuttavia vanno a scemare quando, cercando e ricercando sul loro computer, non sembrano esser in grado di trovare i dati della nostra macchina. Mentre comincio a temere il peggio, il più anziano dei tre sbuffa, spegne il terminale e mi porge passaporto e libretto dell’auto. Si ricorda ancora di Valentina Nappi – penso –e, cosa più importante, si è rotto le palle di cercare. ‘Go to Iran, Mister’, mi dice infine.

E così facciamo: entriamo nel paese senza esser stati perquisiti, senza aver dovuto rispondere ad interrogatori angoscianti e avendo persino risparimiato quattrini. Tutto grazie ad una pornostar italiana? Forse sì.