Venerdì 4 agosto, giorno 20 del Mongol Rally. Oggi pomeriggio abbiamo lasciato Tbilisi, la capitale della Georgia. Obiettivo: Barda in Azerbaigian, una cittadina dove passeremo la sera e la notte ospiti di un mio collega archeologo.

In vista del confine, ci fermiamo al lato della strada a sistemare i nostri averi: la polizia azera non è nota per la sua incorruttibilità e vogliamo assicurarci che, se ci capitasse di venire fermati ad un posto di blocco, lo sbirro di turno non avrà modo di giudicare l’ammontare della mazzetta dallo spessore dei nostri portafogli. Nascondiamo dollari un po’ ovunque e, soprattutto, il nostro oggetto proibito: un piccolo drone, che abbiamo usato in Romania e Turchia per fare delle riprese dall’alto, ma che è vietatissimo in Azerbaigian.

Ci uniamo alla coda per la dogana. Un gruppo di oche si allontana in fila indiana dal confine azero verso la Georgia, starnazzando. Come le oche del Campidoglio salvarono Roma dai Galli col loro starnazzare, che anche queste ci stiano mandando un segnale?!

-VIDEO- Oche al confine 

Un’ora dopo, arriva il nostro turno. Veniamo accolti da un giovane doganiere azero, pieno di sorrisi e premure per noi. Raccogliendo un pennarello, scrive sul nostro box da tetto, a caratteri cubitali, il nome del posto di confine seguito da un enorme ‘Good Lock!’ – ovvero ‘Gran serratura!’: sospetto intendesse scrivere ‘good luck’, ‘buona fortuna’, ma sono contento che, nell’errore, il nostro box vecchio di quindici anni si sia preso il primo complimento della sua vita.

L’attività è come al solito frenetica, l’aria è pesante come gli sguardi di tutti I doganieri. Poi, all’improvviso, arriva il primo momento di vera tensione. Una delle guardie si avvicina a me mentre Marco aspetta in coda che ci timbrino i passaporti e, di punto in bianco, mi chiede: ‘Avete un drone?’.  Fingo di non aver capito, mi guardo attorno spaesato. Il doganiere imita con le mani il movimento delle eliche, infine suggerisce: ‘è come un piccolo elicottero’. ‘No’ – rispondo – ‘elicotteri non ne abbiamo’. Arriva Marco a salvarmi: ‘no, niente drone’, asserisce con faccia da poker. Il doganiere apre il nostro box, cerca un po’ svogliato tra le borse, poi ci lascia andare. Il caldo è soffocante, ma noi stiamo sudiamo freddo: per i primi dieci minuti di macchina al di là del confine, non parliamo neppure. Poi, all’improvviso, scoppiamo a ridere: la balla ha funzionato, il primo confine difficile è alle nostre spalle. Ne mancano solo altri cinque: avremo bisogno di generose dosi di sangue freddo prima di poter festeggiare in Russia.

Due ore dopo, stiamo ancora guidando – la nostra destinazione ormai non lontana. E’ notte e la luce della luna è tutto ciò su cui possiamo contare per identificare le sagome di pedoni che attraversano noncuranti l’autostrada, o di camion enormi che girano senza fari. Insomma, una guida rilassante. Un’altra cosa che risulta quasi invisibile sono i posti di blocco della polizia. Ci accorgiamo di uno di essi quando praticamente  lo stiamo già attraversando. Un poliziotto, ai lati, sembra salutarci: forse, ci diciamo con non troppa convinzione, gli avrà fatto impressione la nostra Fiat Panda. Purtroppo non è così. Alcuni minuti, e i lampeggianti di una volante appaiono negli specchietti retrovisori: siamo costretti a fermarci.

Siamo nel mezzo del nulla. Solo noi e due poliziotti, che prima ci parlano da un megafono, poi si avvicinano ai nostri finestrini e ci intimano di scendere. Capiamo, più o meno a gesti, che ci stanno accusando di non esserci fermati al posto di blocco. E’ il momento di stabilire il prezzo della mazzetta: uno sbirro azzarda 130 manat, la moneta locale, equivalente secondo lui a ottanta dollari. Ma noi abbiamo appena passato il confine e di manat non ne abbiamo. Marco tira fuori la carta di credito e chiede con mal celato sarcasmo: ‘posso pagare in carta?’, porgendo la sua Visa. ‘Niet, niet card’ risponde lo sbirro stizzito. Il suo volto si rilassa però nel vedermi tirar fuori dei dollari: questi li accetta volentieri, e non disdegna  neppure gli euro.  Mentre cerchiamo di abbassare il prezzo, uno dei due sbirri, rientrato in macchina, suona involontariamente il clacson. E’ un momento alla Stanlio e Olio: l’altro sbirro, che insiste ancora sugli ottanta dollari, fa un salto di paura e impreca in azero verso il suo collega mentre noi due scoppiamo a ridere. Dopo questa farsa, cominciamo quasi a volergli bene ai questi poliziotti non proprio integerrimi. Finiamo per pagare quaranta dollari e ci rimettiamo in marcia. Dovremmo essere incazzati, ma non ci riusciamo. Siamo in Azerbaigian da nemmeno tre ore e, tra balle e mazzette, un miglior benvenuto di così non potevamo immaginarcelo.