Pochi secondi, forse un minuto…in un giro di lancette si può mettere in discussione così tanto. Panda era lì, immobile. Il suo cuore metallico roteava saldamente a ritmo costante, ma da quest’oggi la sua musica non sarebbe stata più la stessa. Anche i suoi grandi occhi gialli, solitamente sicuri e forti, erano diventati come più opachi…Una forte emozione si era appena fatta largo sul suo cofano. Panda, pochi attimi prima, era stata attraversata nell’anima. Per la sua prima volta. In Cina.

Ed una nuova ruga si era formata sulla sua fiancata…

Come non capirla la Signora Martini. Sentirsi smarriti al posto sua sarebbe stato il minimo. Lei, donna di campagna, con le gomme sporche di fango, all’alba del suo terzo decennio si era ritrovata a fare da matrona a due giovanotti dalla bocca larga, che volevano girare il mondo. Il caso l’aveva portata lì. Da Livorno, il grande Carrozziere che tutto arrangia, l’aveva traghettata a Firenze, e là s’era fatta tirare a lucido. Un vestito nuovo, un’acconciatura un po’ più giovanile, e in quattro e quattr’otto si sentiva pronta alla grande avventura. Non sapeva cosa la stesse aspettando, lei che non aveva visto altro che le campagne toscane. Eppure, si sentiva pronta.

“Ho ancora tanto da dare” – si diceva specchiandosi nei recipienti per il cambio dell’olio. “Posso arrivare fino in cima al mondo”. Si perché questi due giovani le avevano promesso vita eterna in cambio di asfalto macinato: ogni giorno sarebbe stato differente, fino a che la strada non fosse terminata. Panda, dal canto suo, certo aveva poche certezze, ma come colui che si alza con il canto del gallo e non si spaventa di fronte a ripide salite, sapeva che non avrebbe mollato. Così, con il motore in gola, s’era lanciata in questa folle avventura attraverso tutta l’Europa e l’Asia, macinando asfalti di ogni tipo, saggiando benzine di ogni paese, sfoggiando la grinta di una ragazzina. I due giovani si prendevano cura di lei come meglio potevano, la coccolavano e la stimolavano ogni giorno. Cercavano di non farle mancare nulla. Montagne, fiumi, laghi, guadi – niente che li potesse fermare. Certo non si riposavano molto, ma a Panda andava bene. Era rodata come chi lavora da sempre tra vigne ed uliveti, e vivere di poco era come scritto nel suo libretto di circolazione.

 

Andava matta per i tatuaggi, ovunque si fermassero ne voleva uno, “Mi sento più dinamica” diceva con accento Toscano, rivelandosi più volgarotta di quanto in realtà fosse. Così, ogni volta che si presentava l’occasione, si faceva disegnare addosso qualcosa: una firma azera, un poema persiano, una canzone georgiana.

Tutto era perfetto. Panda sentiva il suo spirito spigoloso di donna forte venire smussato dai chilometri: uno alla volta, una nuova matura consapevolezza le si stava colorando addosso. Ed era bellissimo.

Ma più che il suo spirito si nutriva del viaggio e più che Panda cominciava a ritenersi incompleta. Specchiandosi nell’asfalto bagnato, quasi stentava a riconoscersi. La sicurezza delle campagne toscane era ormai lontana e piccole infiltrazioni stavano cominciando a farsi largo nel cofano un po’ arrugginito. “Deve essere l’età, non sono più una ragazzina in fondo…” Ma Panda si sentiva bene, in motor suo sapeva che c’era altro, qualcosa di più profondo. Anche farsi fare la convergenza nel centro di Dushambe, cosa che le era piaciuto tanto, non l’aveva fatta sentire meglio.

Ma quella mattina in Cina, l’aria era diversa per tutti e tre. Erano infatti alla motorizzazione di Kashgar, e tutta la giornata sarebbe stata dedicata a scartoffie burocratiche per circolare sulle strade cinesi. Con lo spirito di chi va per inerzia, un po’ sbuffante un po’ divertito, i tre facevano trafile in posti alieni circondati da una selva di occhi sbalorditi. Panda si sentì chiamare. Era davanti a un casermone con un rampa stretta al suo interno. Avrebbe dovuto affrontare le prove di conformità stradale.

“Signora Martini, è il suo turno” disse qualcuno dall’ingresso del prefabbricato. Un estraneo montò al posto di guida. Subito lei si irrigidì. Lentamente e prudentemente procedette verso la prima prova, entrando dentro la struttura. Misurazione di peso. “Ma che maleducati questi cinesi” – pensò. “Cosa si interessano di quanto peso. Ho anche tutte le valigie addosso”. Diventare rossa non era nel suo DNA di utilitaria da fuoristrada, ma fare figuracce non le andava giù comunque. Un cenno distratto tra gli addetti ai lavori e la macchina procedette di pochi metri. Panda, da signora, fece finta che quell’episodio non fosse mai avvenuto.

Seconda prova. Prova di frenata. Il conducente, molto cautamente la fece arrivare sopra una pedana, per poi inchiodarla a quella superficie con un movimento così brusco che la fece trasalire. “Ma come diavolo si permette! Ma chi è lei!?”. Il gesto era stato quasi oltraggioso. “Questa storia non mi piace, voglio che scenda” – avrebbe volute dire Panda. Fece per l’ennesima volta buon viso a cattivo gioco e con il conducente che la faceva avanzare di altri pochi metri si cominciò ad aggiustare i fanali. “Questo posto mi sta innervosendo”. Non aveva finito di borbottare che si arrestò per la terza ed ultima volta. Alzò i fanali e…da quel momento nulla fu più come prima.

Davanti a lei un stupendo faro giallo ocra che la osservava. Comandato da braccio meccanico, le danzava davanti come fosse un Uccello del Paradiso durante un valzer di conquista. Panda era completamente rapita. Tutto nel suo mondo si era fermato. Ogni volta che il misterioso occhio fluttuante le volteggiava davanti e si fermava, fanali nei fanali, Panda si sentiva trasportata su un’altra autostrada. Quasi le sue gomme non toccassero più terra, in quegli istanti eterni sognava di accelerate in montagna, di sgommate in parcheggi in centri commerciali abbandonati. L’olio le bolliva, i compartimenti di ventilazione erano tutti bloccati. Il braccio meccanico, con la sicurezza di chi ripete un gesto all’infinito, continuò a far balzare i pistoni di Panda, con movimenti decisi. Lei era stremata, ma non sapeva come dire basta. Non voleva dire basta. Lei che non era pronta ad essere travolta. Lei che fino ad un mese prima aveva visto solo qualche sterrato, era pietrificata dalla bellezza e l’imprevedibilità di ciò che non conosci, del diverso. Un macchinario assolutamente inaspettato per il controllo dei fari anabbaglianti. In Cina.

Tutto aveva appena perso senso. Tutto aveva senso adesso.

Il braccio, con un movimento netto, si ritirò lasciando via libera a Panda. Davanti a lei solo l’uscita. L’incantesimo era rotto e la frenesia della motorizzazione era bruscamente tornata a comandare l’andatura della giornata. Panda aveva la centralina completamente fuori uso. Il conducente faticò non poco per farla smuovere. “Ma come è possibile?” – si stava ossessivamente chiedendo. “Come è possibile che questo viaggio non mi abbia preparata? Quanti chilometri deve fare una macchina per non essere colta di sorpresa?“ “Avrei potuto dirgli qualcosa, non so nulla di lui…” “I suoi fanali mi hanno scrutato dentro e io non so nemmeno il suo nome” “Mi sento così sciocca…”

Lentamente fu condotta fuori dallo stabile, come senza vita. Al lato del viottolo con i due fedeli compagni, dopo aver superato tutti gli esami imposti, Panda stava assorbendo l’impatto di essersi inamorata per la prima volta. Come un crash test con il destino, tutto era da rifare. Non era più un viaggio su strada, era un viaggio nei suoi ingranaggi. E non importava più se la sua carrozzeria era fuori moda o i suoi indicatori sbiaditi. Da adesso, qualunque fosse stata la direzione, sarebbe stata presa senza freno a mano tirato.

Ferma nel parcheggio, si scrutò più attentamente e notò la ruga. Con sua stessa sorpresa, sentì il calore di una vita attraversare la carrozzeria e accolse quel tratto di ruggine con un sospirato sorriso. “Sì, sono pronta” – sussurrò singhiozzando. Si aggiustò gli specchietti e si pulì il vetro da quelle infinite gocce di gioia. Finalmente tutto era in discesa.

—– VIDEO ORIGINALE DELL’INCONTRO (che ha stimolato questo racconto) —–